Sugli Zingari

articoli, libri e film sulle tracce dei rom ai margini delle città

21 Sep, 2011
in Documentazione, Film, Rassegna stampa, Testimonianze | scritto da Filippo DB

Dvd: “Minor Swing – Storie sinte” progetto di ricerca e raccolta di testimonianze sui Sinti trentini a cura dell’associazione Lanterne per Lucciole

Il progetto di raccolta di testimonianze orali nei campi nomadi e nelle aree abusive di Trento e Rovereto, curato dall’associazione LXL, è finalmente giunto a termine dopo due anni e mezzo di lavoro. Il risultato è “Minor swing – Storie sinte”, un DVD interattivo che raccoglie 14 interviste a membri della popolazione sinta, più una serie di altri contenuti, tra cui: un documentario introduttivo; l’intervista a quattro studiosi che hanno affrontato il tema; un capitolo dedicato alla documentazione storica sulla presenza di questa popolazione sul territorio; il trailer.

Ma il cuore del DVD sono proprio le interviste: della durata di circa dieci minuti l’una realizzate con giovani, anziani, donne, ci permettono di entrare nella quotidiana normalità e diversità di una popolazione costretta a vivere alle porte delle nostre città. Storie sinte sono le storie di un passato in cui i Sinti avevano il loro posto, anche se nelle pieghe della società contadina, grazie alla loro musica, alla vendita di oggetti e alla prestazione di servizi indispensabili. Ma sono anche le storie dell’oggi, della difficoltà di essere giovani e Sinti, delle gioie della famiglia, del difficile rapporto con la società maggioritaria.

“Minor swing” è il tentativo di unire ricerca storico-sociale e utilizzo di nuovi media, per entrare nel dibattito pubblico dando gli strumenti necessari per andare al di là degli stereotipi.

E’ arrivato il momento di ascoltare.

Maggiori informazioni su www.progettosinti.org

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1 commento su “Dvd: “Minor Swing – Storie sinte” progetto di ricerca e raccolta di testimonianze sui Sinti trentini a cura dell’associazione Lanterne per Lucciole”

  1. Andrea Di Giuseppe says:

    Alla ricerca di una terra incognita (concettuale, mitica, simbolica) molti si sono posti su strade impervie ed impraticabili di un terrain vague perduto in nebbie ideali. Difficilmente infatti riconosciamo di non sapere e spesso non giova una bussola, anche se orientata alla stella polare. Se i soggetti della nostra (anche involontaria) ricerca non sono esseri mitologici o astrusi, ma persone con una chiara identità e specificità, il problema si fa di narrazione e linguaggio.

    In Minor swing – Storie sinte il nodo è facilmente risolto cedendo il testimone a narratori realmente informati dei fatti: non c’è più bisogno di una mediazione culturale previa, è infatti giunto il tempo di ascoltare (come recita l’efficace sottotitolo) i Sinti che parlano di loro stessi.

    Sarebbero utili tre categorie per interpretare, ed in un certo senso tradurre, queste storie di giovani, donne e uomini. Se anche sembrassero troppo impegnative e fuori contesto, si propongono tre gradi consecutivi: testimonianza, giudizio, profezia.

    Anzitutto il racconto in prima persona delle proprie vicende (che può sembrare facile solo a chi non ha mai provato a narrare) porta freschezza e credibilità, senza bisogno di prefazioni e commenti. Sarebbe bene ascoltare con la stessa schiettezza (quindi senza intenti epesegetici) anche chi è amico dei sinti, provando magari a dire chi siamo in rapporto a questo mondo che ai più rimane precluso e misterioso. Il sinto e la sinta si raccontano non per provocare pietà o per fornire un ulteriore spot buonista: sentono l’esigenza di farlo, e il risultato non può essere che positivo e foriero di nuovi sviluppi. Volendo già troppo spiegare e commentare, si cade di nuovo nel tranello di aggiungere concetti in parte svilendo la novità dell’opera in questione.

    Il tentativo di raccontare delle storie (in filigrana la storia dei Sinti in Trentino) da parte di testimoni e non di professionisti inizia a colmare un gap che troppo a lungo abbiamo rimpianto. I Sinti hanno idee chiarissime su tradizioni, condotta di vita, valori e necessità; si pongono con bonarietà il problema di come essere integrati (una fissazione dei Gaggi) suggerendo, tra le righe, una semplicità di questo processo che passa dalla quotidianità e da quanto di buono e già fatto sia in essere.

    Per una volta, infatti, il gaggio non deve pontificare su cosa sia giusto e come, ma il sinto e la sinta, con garbo, a partire dalla verità del proprio vissuto, spiegano come sia difficile e incoerente tutta la società in cui vivono, anche se da marginali. Il giudizio va ambo i sensi, non in senso unico alternato. Infine, il tratto forse più interessante: il sinto e la sinta sanno bene cosa vogliono, hanno aspirazioni e desideri condivisibili da ognuno di noi. Vogliono un futuro in cui vivere meglio, non essere inchiodati ad un destino secolare di incomprensione e di emarginazione.

    I Sinti cambiano, non sono più quelli di ieri (e come potrebbero, in un mondo così radicalmente mutato?) e con le loro parole ci spiegano chiaramente il valore di un diritto universale dell’uomo: siamo tutti uguali.

    A prescindere dalle filosofie politiche, infatti, è innegabile dichiarare che di fronte a pensieri e parole così simili alle nostre tanti vecchi discorsi differenzialisti iniziano a sgretolarsi, e che (se non il meticciato) almeno un convivere da oggi è già possibile. Come si costruirà questa nuova identità sinta (dunque, estensivamente, italiana) non va studiato a tavolino, ma in tempi di crisi generalizzata è bene fermarsi un po’ di più ad osservare ed ascoltare provando a mettere insieme i pezzi da sempre mancanti: alla fine un mosaico di esperienze e competenze potrebbe formare un quadro nuovo e per molti veramente insospettato. Non solo la peculiarità dei soggetti, ma la disarmante franchezza con cui i Sinti mettono lo spettatore a parte delle necessità più intime: anzitutto di “normalità”.

    Sono, in ultima analisi, le grandi aspirazioni del comune viver civile, i grandi diritti per cui hanno già lottato le generazioni a noi precedenti: casa, lavoro, scuola, salute. Il ragionamento non sembra improntato alla rivendicazione sterile, all’astio, all’amarezza: si percepisce, in accenti semplici e sensibili, la consapevolezza che un mondo arcaico è passato: è tramontato innegabilmente un modo di concepire la struttura sinta (nei racconti di chi l’ha vissuto sembra più bello, rassicurante, familiare).

    Oggi, nell’ambiente culturale e mediamente benestante dell’areale trentino, bisognerà contrattare una nuova identità, non solo nei termini socio-antropologici finora usati, ma pienamente umani. Ispirati ad un senso di fiducia più che di vacuo ottimismo, i Sinti vogliono scommettere su questa speranza: colmare un divario secolare tra noi e gli altri, abbattere il muro invisibile che divide ed in un certo senso protegge, essere non più oggetti di carità, tolleranza o benevolenza paternalistica (nella migliore delle ipotesi – le altre, ben più correnti e tragiche, è bene non evocarle nemmeno) ma positivi protagonisti dei loro destini. Speranza da non declinare in abbandono, disinteresse, sgravio di coscienza per tutte le inadempienze istituzionali che pesano, invece, come macigni: un senso più chiaro e maturo della voglia di essere uno specifico unico, irripetibile, in modi anche liberi (mai, però, favorendo quelli anomici) dentro una società così divisa ed oggi ad un soffio di distanza.

    Cosa augurarsi, l’integrazione come omologazione?

    Il problema rimane teorico, forse con un colorito ideologico delle categorie di ieri: la realtà della vita vissuta, e questa è una piacevole scoperta, già fornisce risposte variegate che non esauriscono, ma in parte superano e sdrammatizzano l’eterno interrogativo fonte di tante inquietudini.

    Felici le scelte di regia, geniale l’intuizione swing, dovuto il plauso e il merito a tutti gli “attori” dell’avventura anche se gli esperti, quando non parlano in termini esperienziali o con un registro più intonato ai racconti (il vero motore narrativo) rischiano di infiacchire le loro stesse parole. Dopo troppa assuefazione a psicodrammi collettivi (tagli documentaristici, periferie urbane devastate, pioggia freddo fango miseria, non-luoghi abitati da non-persone) che ha prodotto l’effetto boomerang di aver convinto anche i meglio disposti all’ineludibilità (quasi deterministica se non genetica) del degrado e della disperazione di tante comunità zingare, per una volta gli zingari parlano senza recriminare.

    Per avere una nuova visione non c’è bisogno di una paio di occhiali dalle lenti rosa (negare le difficoltà, non denunciare i problemi più seri) ma, senza ricatti morali, di un detonatore di simpatia. Vedere uomini che hanno un quotidiano simile al nostro, solo molto più complicato dalla precarietà delle esigenze minimali, conforta e spiega più di un comunicato stampa. Ci sono tante contraddizioni, è vero, ma non fermiamoci a spiegare tutto secondo i canoni imposti: si inizia a vedere per poi raggiungere un’opinione informata da cui verrà, auspicabilmente, un vaglio critico. L’arte del racconto presuppone non solo una felicità narrativa, ma la capacità di porgere (con parole, sguardi, gesti) un portato emozionale che provochi empatia nell’uditore: la comunicazione non è mai neutrale, quindi in un certo senso difficilmente risulta innocua. Se il tema narrato diventa la propria vita, di fronte ad un cine-racconto autobiografico è facile giudicare un serie di fattori più o meno coinvolgenti.

    Le scelte di regia spesso favoriscono, in sede di montaggio, il processo narrativo, ricostruendo una fabula netta nella mente dell’autore piuttosto che in quella del testimone. Tra la percezione e la rappresentazione di un gruppo (un popolo? una categoria? un’entità) si è sempre frapposto un archetipo, “artefatto” più che strutturale, divenuto nel caso dei Sinti (e degli Zingari in genere) un teorema quasi impossibile da scalfire. Dum volvitur orbis, il mondo si muove ad una velocità spesso inaudita e le vecchie categorie si esauriscono prima di saper dimettere gli abiti comodi e rassicuranti dei giudizi, anche quelli che paiono più informati ed equilibrati.

    Forse si annuncia il tempo in cui il grande universo zingaro al plurale (di cui le storie sinte oggi in luce sono un riflesso) terminerà di imporsi all’attenzione per un bisogno intrinseco di mediazione ma si proporrà a luci ed ombre, dove le luci possono però illuminare gli spazi ancora irrisolti (pena il vittimismo e il pessimismo che finora hanno prodotto molto immobilismo). Avremmo, quantomeno, più che un nuovo modo dei Gaggi di sperare sui Sinti, una nuova speranza (senza bisogno di aggettivare – sinta, rom, nomade o gitana). E la questione stabilmente irrisolta dell’identità e dell’unità italiana ne potrebbe solo giovare.

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