Sugli Zingari

articoli, libri e film sulle tracce dei rom ai margini delle città

19 Apr, 2012
in Film | scritto da Filippo DB

Zingarò, una sartoria Rom a Carbonia

Silvana, Mariana, Violeta, Maria e Silvana (la più giovane) si preparano a diventare le prime sarte zingare della Sardegna. Insieme ad altre ragazze Rom partecipano al progetto Zingarò che, dopo un  periodo di formazione, permetterà loro di inserirsi a pieno titolo nel mondo del lavoro artigianale.

Un’occasione importante di affermazione personale e di autonomia economica oltre che d’integrazione e apertura. Le ragazze appartengono a due diverse comunità Rom di etnia Serba e Bosniaca e vivono in campi separati alla periferia di Carbonia. Sono le prime donne Rom che propongono una mutazione profonda all’interno delle loro comunità. Con fiducia tutta femminile hanno creato un gruppo composito che, con determinazione sfida stereotipi e diffidenze. Cucire bene è fatica, abilità e sacrificio soprattutto quando si ha una famiglia numerosa, ma le ragazze sanno quello che vogliono: un’attività giornaliera e stabile di sartoria per uomo, donna e bambino e magari, un giorno, poter firmare una vera e propria linea Zingarò.

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1 commento su “Zingarò, una sartoria Rom a Carbonia”

  1. Andrea Di Giuseppe says:

    Il documentario Zingarò, che narra l’esperienza di maîtrise nel mondo dell’haute couture di un gruppo di giovani donne Rom di Carbonia, testimonia un progetto solidale di inserimento lavorativo a partire da esperienze di sartoria che si trasformano in vera creatività con la guida sicura di professionisti del mondo della moda. L’incipit della sfilata sullo scalone, in cui si presenta la collezione mescolata a scene di vita quotidiana (che dimostrano una grande, antica sapienza manuale) è di grande suggestione. Risulta però criptica la scelta di inserire il bisbigliato iniziale con la leggenda degli Zingari e dei chiodi della Croce.

    La lingua utilizzata (benché non si riesca a distinguere chiaramente) è piuttosto un grammelot in romanes, in cui non si dimostra un senso compiuto perché non coincide con il testo in sottotitolo.

    La scelta registica, in questo caso, risulta forse poco felice. Se salta il sincrono tra narrazione in lingua “altra”, ma eticamente propria delle protagoniste, diventa un “a sé” poco significante: in più la scelta di cementare con la lingua “segreta” ed intima l’ossimoro delle immagini delle Rom che cucinano nella stufa a legna e delle stesse nelle vesti (è proprio il caso di dirlo!) di aspiranti stiliste è davvero interessante. Se cadesse l’intento antropologico e linguistico, a cosa servirebbe aver rispolverato un vecchio cliché eziologico sulla percezione, rappresentazione ed accettazione dei Rom nel mondo dei Gagè?

    L’intento epesegetico della parte onirica spezza il racconto senza aggiungere molto alla comprensione, anzi ingarbugliando la questione. Non ci sarebbe bisogno di simboleggiare molto di più di quanto già facciano le sarte, molto loquaci e chiaramente comprensibili, oltre che avvenenti e simpatiche, con la loro semplice presenza e con la capacità di dire e fare con parole, sorrisi, gesti magnetici appunto perché non codificati.

    Belle ed attraenti non proprio come aspiranti di un casting per un talent show, ma straordinariamente sincere quando mettono a nudo le difficoltà di una condizione di vita dura, che lascia spazio solo alla speranza di riscatto.

    Il vezzo della “voce autoriale” aggiunta per meglio interpretare sentimenti e suggestioni può addirittura fuorviare. Chiaramente non vanno ignorati i motivi di tali inserzioni, ma le due fughe nella dimensione immaginaria e simbolica coincidono con la visualizzazione di un mondo concettuale che diverge al massimo dall’istinto narrativo delle sarte in questione. Alcune gestualità sono così trite da sconfinare nel patetico: non spiegano e non commuovono, riducendosi ad una gag da film muto forse recitata controvoglia. Ma forse anche la tipizzazione estrema fa parte dell’ironia che, di sottofondo, costituisce la cifra stilistica della direzione, come quando una Rom ascolta musica cantata in sardo e si chiede divertita “Ma è arabo?!?” non riuscendo ad interpretarla come un’espressione della variegata compagine dialettale italiana (anche se il sardo è un idioma proprio, non un dialetto).

    Il salto nel futuro e nel fantastico sono le ragazze zingare in se stesse, che senza essere schiacciate dallo stigma sociale imparano e praticano un mestiere che i Gagè possono interpretare come tale.

    Sicuramente si tratta di un prodotto discreto: ottima la fotografia, ottimo il montaggio. Il racconto di vita vissuta è sobrio e molto coinvolgente. Rimane l’amaro in bocca scoprendo nel finale come l’avventura sembri conclusa per mancanza di finanziamenti. Gli ultimi minuti inducono a pensare che la formazione troppo specializzata rimanga velleitaria se il progetto di inclusione sociale e lavorativa di fasce svantaggiate si dimostra poco sostenibile. Ma forse anche quest’effetto è desiderato: serve a denunciare la situazione rappresentata con empatia e a sensibilizzare lo spettatore sulla tematica.

    Oggi, non nascondiamocelo, domina l’incertezza nel mercato del lavoro, e sembra ridursi a nulla lo spazio per esperienze così virtuosamente produttive. In breve, la narrazione è ottima (a parte l’incertezza espositiva già rimarcata) e la storia di assoluta rilevanza. Il film è dunque perfettamente riuscito: le uniche incertezze non sembrano però da imputarsi alle protagoniste, giovali e vere.

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